Tra passione e professione, intervista a Marcello Colò.

Pubblicato: aprile 2, 2013 in Computer Music
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In studioNel mio blog si fa molte volte riferimento alle gloriose aziende italiane del passato che hanno fatto la storia degli strumenti musicali elettronici.
Benchè segua questo comparto da molti anni, per una questione prettamente anagrafica non ho avuto la possibilità di vivere in prima persona gli anni nei quali tali aziende prosperavano.
Ho pensato che poteva essere interessante avere delle notizie di “prima mano” e sentire cosa poteva raccontarci un uomo che nel mondo degli strumenti musicali elettronici ha lavorato sin da molto giovane e che nel corso della sua lunga carriera, ha avuto la possibilità di lavorare per alcuni dei marchi più noti e conosciuti al mondo.

Marcello Colò è un musicista/dimostratore/product specialist di grande esperienza e fama; ecco cosa ha risposto alle mie domande e sul come lui abbia vissuto quei particolari anni del mondo degli strumenti musicali.

GM) Ciao Marcello,
A che età ha inizialo a lavorare nelle aziende di strumenti musicali e quale è stato il tuo percorso di crescita in questo comparto?
MC) Prima di entrare nel dettaglio di questo mio percorso voglio ringraziarti Giorgio per avermi contattato e per darmi la possibilità di raccontare in questo tuo spazio dei momenti per me davvero importanti e che spero in qualche modo siano di appagamento per i tuoi lettori.
Al dunque, il mio ingresso nel mondo degli strumenti musicali dal lato costruttori avviene nel 1975, quindi all’età di 17 anni con la musica che già era parte della mia adolescenza e con appena tre anni di conservatorio alle spalle. Mi sono trovato improvvisamente a dover scegliere nel giro di qualche giorno l’opportunità di entrare come collaudatore nell’azienda CRB elettronica di Ancona vista la necessità di quest’ultima nell’ integrare nuovo personale con conoscenze musicali da inserire nella fase di collaudo finale degli organi elettronici prodotti. Naturalmente il percorso di crescita all’interno di queste aziende era in primis diventare referente accreditato nel comparto del collaudo per poi ambire la salita ai laboratori come product specialist. Non essendoci all’epoca (e neanche ad oggi ahimé) una scuola o una preparazione didattica vera e propria, tutti quelli che sono riusciti in qualche modo a divenire specialisti di prodotto sono per forza di cose cresciuti facendo tesoro di esperienze all’interno dell’azienda stessa o, come nel mio caso, avendo avuto la fortuna di collaborare con illustri rifermenti dell’epoca che sapevano e intuivano già l’evolversi musicale ed elettronico di li a breve. Voglio pubblicamente ringraziare due personaggi memorabili che hanno “aperto“ le menti ,me compreso,di musicisti e tecnici: Bio Boccosi (Presidente della Berben), che mi ha permesso di perfezionare tutti gli approcci acustici, le loro teorie e l’avvicinarsi al mondo dei suoni con una meticolosità veramente unica e dal lato ingegneristico il grande Menchinelli: pioniere dell’elettronica d’avanguardia con il quale si parlava già dei primi microprocessori, componentistica attiva e le prime programmazioni ritmiche automatiche con rudimentali combinazioni a matrice. Per la risposta alla tua domanda Giorgio, dopo CRB, ho collaborato con diverse aziende di quegli anni come Welson, Crumar e Siel fino ad approdare in Generalmusic, Korg etc..

Un Marcello Colo giovanissimo mentre lavora ad uno dei primi synth polifonici, analogici della CRB

Un Marcello Colo giovanissimo mentre lavora ad uno dei primi synth polifonici, analogici della CRB

GM) Come si lavorava negli anni 70 e come ricordi gli anni in cui l’Organo elettronico era o strumento musicale principale?
MC) All’epoca le aziende di questo settore (Farfisa, CRB, Crumar, Elka) dividevano in 4 comparti di test post-assemblaggio hardware effettuato nelle primordiali catene di montaggio:
1. 1° Collaudo, di carattere prettamente elettronico, si occupava di misurazioni, tarature elettriche, e altro;
2. 2° Collaudo di carattere musicale: prova suoni tastiera, cabinet, altoparlanti, tarature accordatura, vibrati, riverberi e tanto altro;
3. 3° Collaudo di riparazione: lo strumento, dopo il secondo test nel 95% dei casi presentava delle anomalie e discrepanze da risolvere appunto nella fase qui presentata.
4. Collaudo finale che dopo aver avuto l’ok dei 3 test precedenti verificava il controllo qualità (standard di produttività) nonché ulteriore test di vitalità della componentistica quali trasformatori, amplificatori ed altro nella fase di burning.
All’epoca non c’era software, assolutamente no! Tutto quello che generava suono era ottenuto da componentistica passiva ed oscillatori (bobine ed altro) che generavano le note della tastiera.
Tanto per rendere l’idea della suscettibilità termica ed elettrica di queste bobine (generatori di frequenza) vi lascio immaginare che effettuata l’accordatura principalmente manuale e /o grazie ai primi Tuner elettronici dopo qualche ora di utilizzo lo strumento andava successivamente ricalibrato per altre 2 o 3 volte ancora prima di affrontare la sequenza dei collaudi.
Nella seconda metà degli anni ‘70 arrivarono i primi integrati destinati alla funzione oscillatori/divisori, top octave che rendevano tutti i cromatismi della tastiera uguali in maniera matematica e non più quindi non più “suscettibili “ dall’accordatura analogica.

GM) Come ricordi la comparsa dei primi synth giapponesi digitali, e quali furono le reazioni (se ci furono) degli sviluppatori e produttori italiani ?
MC) Beh inutile negarlo le reazioni ci furono… eccome se ci furono.
Per correttezza cronologica va detto che il primo know-how veniva dagli Stati Uniti.
La California era terra di grandi produzioni (Silicon Valley) nonché di progetti che lasciavano esterrefatti gli sguardi dei progettisti italiani quando alle fiere (Namm o Frankfurth Messe) aziende come Sequential Circuits, Oberheim presentavano i loro capolavori Analogici. I giapponesi arrivarono poi e per dovizia di particolari va detto che le aziende italiane, che all’epoca producevano principalmente organi elettronici, pendevano dalle labbra di quelle aziende che nel settore ogni anno ne inventavano una nuova. Forse i lettori della mia età ricorderanno oltre la mitica Hammond (che dopo gli organi elettromagnetici passò a quelli elettronici) aziende quali, Conn, Baldwin, Lowrey, RMI (la prima tastiera con schede a matrice perforata) con un’alta ingegnerizzazione ed un’innovazione musicale sempre sorprendente. Il mercato Italiano doveva fare i conti con queste aziende, dove con tutta onestà andava detto che l’unico punto dove lo strumento italiano poteva competere era il prezzo. Il made in Italy si difendeva dal fatto che il prodotto importato dagli USA (vuoi il cambio dollaro /lira, vuoi il costo spedizione e i vari passaggi distribuzione europea e italiana) avesse un costo di base dello strumento con cifre davvero impegnative e non accessibili a tutti. Per darne un esempio, un discreto organo a mobile con due manuali e pedaliera di produzione italiana si poteva acquistare intorno alle 300/400 mila lire. Un modestissimo Hammond Spinet mod L 122 costava invece 1.390.000 lire!
Quando arrivarono le aziende nipponiche l’unica barriera di difesa con il prodotto Italiano rimasta venne abbattuta. Oltre Il netto sorpasso tecnologico, le aziende nipponiche erano presenti nel mercato europeo in modo capillare, deciso, con grandi politiche di vendita veramente stimolanti per tutti (sia distributori che consumer). C’è un‘immagine sempre fresca nei miei ricordi delle prime fiere alle quali partecipai a partire dal ’75… in un mercato prettamente europeo cominciavano ad essere presenti sospettose comitive asiatiche armate di macchine fotografiche, taccuini, con migliaia di domande e sorrisi ammiccanti … stavano studiando il nostro mondo musicale per poi rivendercelo negli anni a seguire.

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GM) Quali furono secondo te la causa che portò al collasso di gran parte delle aziende del tempo?
MC)Negli anni 70, senza timore di smentita, le aziende realizzavano strumenti con tecnologia passiva, quindi significava che una volta generata una forma d’onda (più o meno valida per l’emulazione di un suono) si andava per sottrazione di contenuto armonico, filtri etc; erano delle sonorità “piacevoli” ma ben lontane dall’emulare un suono esistente nella realtà (Piano, Strings, Flute ed altro erano un lontano miraggio sonoro). Per quello che ho vissuto sulla mia pelle molte aziende investivano sull’industrializzazione, catene di montaggio, cabinet con lavorazioni diverse (impellicciature) insomma tutto quello che era aspetto produttivo ed estetico ..ma ben pochi si concentravano sulla ricerca sonora vera e propria. La ricerca significa in un primo aspetto la sperimentazione di nuove tecnologie (analogica additiva, F.M, L.A. P.C.M.) per aprire nuovi orizzonti sonori e in un altro “annusare” cosa il mercato può necessitare per compensare/sostituire/modernizzare un nuovo flusso musicale. Eh si… perché se é vero che la musica fa nascere gli strumenti è altrettanto vero che la musica nasce dagli strumenti. Pensate il sound della metà degli anni ’80 dove la sintesi FM aveva invaso il mondo degli strumenti musicali. Ogni disco, ogni cd ,suonava in “FM”
Ad ogni modo i nipponici sperimentavano nuove tecnologie, nuove sonorità ( l’FM di John Chowning esisteva in un cassetto già dal ’70) , c’è chi inseguiva la Distorsione di Fase, chi la sintesi Wavetable concatenata etc… solo per citare alcune rivoluzioni tecnologiche nei primissimi anni ’80.
Noi inseguivamo ancora la sintesi analogica.

GM) Mi sembra che però l’ELKA che successivamente diventò GEM riuscì a superare il momento vero?
MC) L’Elka aveva, anche lei come le altre aziende, gran parte della sua produzione nell’ambito degli organi elettronici, ma i mastodontici e intrasportabili organi elettronici stavano lasciando lo scettro alle tastiere portatili. La Elka aveva intuito questa metamorfosi, ecco perché in qualche modo aveva resistito al tracollo rispetto alle altre aziende che invece non avevano afferrato il concetto evolutivo. Gli altri continuavano a produrre questi imponenti organi con nuova tecnologia si, ma pur sempre inamovibili, pesantissimi. La musica stava cambiando, non più solo in casa ma sempre di più fuori dalle mura domestiche.
La GEM aveva intuito anch’essa questo radicale cambiamento e la sua strategia fu quella di unire più forze nella stessa famiglia. Ecco l’acquisizione Elka dove era risaputa la “visione “ più in larga scala del prodotto (per chi non lo sapesse il marchio ELKA aveva una grande risonanza nel mercato estero specialmente nei paesi scandinavi) ed avevano già sperimentato con successo l’ascesa nel mondo delle tastiere portatili (piano , strings)

Marcello Colò in Brasile durante il tour mondiale di presentazione della GEM S2/S3 - 1994

Marcello Colò in Brasile durante il tour mondiale di presentazione della GEM S2/S3 – 1994

GM) Come furono gli anni in cui lavorasti alla GEM?
MC) Non finirò mai di ringraziare la GEM e i gruppi affiliati Lem/Ahlborn e Schulze Pollman. L’unica azienda italiana che ho definito ( e molti altri miei colleghi lo concordano) una “Nave Scuola” che ha forgiato preziosissimi elementi nei diversi settori: tecnico, musicale e del marketing.
Per quanto mi riguarda GEM mi ha offerto l’opportunità di vivere e approfondire aspetti di questo lavoro in una dimensione completamente nuova e davvero formativa. Sono arrivato alla GEM nel luglio del 1990 proprio agli inizi di una nuova era tecnologica, musicale e di strategia commerciale. In quell’anno fu progettato un dispositivo (DISP) che generava suoni di qualità davvero interessante , la prima tastiera con un sequencer , floppy disk per la lettura delle basi (non ancora midi file,ma…) ed un look tondeggiante davvero accattivante , innovativo, finalmente diverso dagli scatolotti a forme squadrate delle tastiere che si vedevano all’epoca. I disegnatori delle WS, WX e WK venivano dalla scuola di mezzi più ….aerodinamici.
Poco tempo dopo GEM sfornò la prima tastiera Karaoke che visualizzava testi, accordi e partitura: la prima in assoluto! Poco dopo arrivò il primo Synth (S2 series) in casa GEM, ancora considerato da molti uno strumento dalle mille versatilità: ebbi l’onore di presentare questi strumenti in molti paesi dell’Europa, negli States e Sud America nonché in tutto il mercato Asiatico compreso Giappone e dintorni. La GEM è stata la prima azienda ad esportare questo genere di strumenti nel mercato asiatico.

Marcello Colò  a Jakarta durante uno dei suoi tanti tour dimostrativi nel mondo.

Marcello Colò a Jakarta duranto uno dei suoi tanti tour dimostrativi nel mondo.

GM) In quell’azienda si faceva ricerca e sviluppo?
MC) Assolutamente si: due distaccamenti, quello di S. Giovanni in Marignano e quello di Recanati attenti a monitorare le evoluzioni del mercato e un laboratorio di sviluppo (con sede a S Giovanni in Marignano) dove venivano sviluppati i vari DISP, DRAKE ovvero chip dedicati alle molteplici funzioni di calcolo per gestire le wavetable , i dsp sonori ed altro, tutto interamente realizzato tra le mura GEM.

GM) Perché anche questa realtà è poi collassata?
MC)Dal mio punto di vista penso che quanto é più esponenziale la crescita di un’azienda così é altrettanto cagionevole nei propri equilibri interni. Con questo voglio dire che la “salute” del gruppo GENERALMUSIC é stata determinata dall’equilibrio appunto degli elementi quali ricerca, sviluppo , marketing, che la componevano. Quando questi equilibri sono venuti poi a mancare.. il resto è stato inevitabile.

GM) Pensi che la fuga di molti addetti verso il nuovo centro di ricerca Korg abbia influito?
MC) Sicuramente si. In ogni azienda quando “muore” un laboratorio di ricerca non c’è più sorta di continuità, l’azienda può sopravvivere solo grazie ai prodotti già realizzati, il che significa , vista la facilità nel rendere obsoleto un prodotto tecnologico, pochissimi anni di longevità.

Marcello Colò durante il Korg PA tour del 2003

Marcello Colò durante il Korg PA tour del 2003

GM) Il fatto che colossi come Roland o Korg poi siano venuti proprio nel nostro paese a sviluppare alcuni tipi di prodotti sia indice del fatto che da noi ci siano ottimi tecnici ed ottime professionalità e che viceversa non vi sia un’altrettanta buona imprenditoria?
MC) Se non si fosse ancora letto tra le righe , la mia opinione che il know how degli strumenti musicali ci appartiene per molteplici aspetti, storici e culturali. La musica italiana ed europea è fatta di strumenti, suoni e gestualità native di questo territorio. Nel mondo Nipponico la musica é tutt’altra cosa, usano altri suoni, altri metodi, altre regole etniche. La tastiera arranger è nata qui… non ci sono dubbi, ecco perché Roland e Korg le fanno sviluppare qua nella nostra terra. Loro conoscono benissimo il mondo dei synth , sanno customizzare, ingegnerizzare ma non hanno compreso appieno il profilo degli Arranger e del contesto dove collocarli. L’unica azienda che non si è collocata geograficamente in Italia è Yamaha, ma questo ( eh eh ) non esclude che si serva di collaboratori Italiani per disegnare i loro prodotti, ecco perché insisto nel dire che non abbiamo saputo proteggere il nostro tesoro musicale.

GM) Come vedi il futuro del nostro settore e quali potrebbero essere gli scenari per i prossimi anni?
MC) Beh credo che questa risposta faccia gola a tutti gli imprenditori, fiutare il futuro dell’imprenditoria musicale non é una cosa molto semplice.
Lo strumento musicale , come la musica, segue dei percorsi ciclici. Ci sono mutamenti esteriori indubbiamente, ma il desiderio di fare musica, inteso come anima ed essenza, deve sempre emergere magari in maniera inconscia, ma deve esserci. Per questo dico che seppur con la tecnologia più sfrenata disponibile se non ci sarà l’anima del musicista a forgiarne la sua personalità non si avrà un seguito. Oggi resistono nel tempo gli strumenti cosiddetti “Vintage” nonostante abbiano una tecnologia jurassica perché hanno un’anima ben precisa ed il musicista la riscopre e l’avverte. Molti altri strumenti sono passati nel corso del tempo come veloci meteore. Interessanti oggetti per gli aspetti tecnologici legati al momento della loro comparsa ma dimenticati subito dopo perché esenti di un qualcosa che la musica o l’artista lo ricordasse.
Lo strumento musicale è, per tale, atto a fare musica e quindi non può essere visto solo come un concentrato tecnologico o un oggetto esclusivamente ludico. La musica é comunicazione emotiva , linguaggio di elevato contenuto sociale nonché intermediario di un mondo che ci fa sentire di avere ancora una parte introspettiva da tenere in vita. Se lo strumento musicale in esame risponde ad almeno una di queste possibilità per conto mio, può avere ottimi requisiti per resistere al successivo passaggio tecnologico.

commenti
  1. marklemon scrive:

    Intervista veramente interessante!

  2. […] Intervista a Marcello Colò: la straordinaria testimonianza diretta di un protagonista della storia degli strumenti musicali elettronici. […]

  3. Renatus scrive:

    Questa intervista contiene roba molto grossa. Wow!

  4. Riccardo Gerbi scrive:

    Ricordo in studio un post-it, con un numero di telefono di S.Giovanni in Marignano e delle note: “S2, riferimento Marcello Colò – dalle ore X alle ore Y”… quanto l’ho stressato, e lui con pazienza a elargire “Tips & Tricks”…
    Sono passati 20 anni, e oggi incontrarlo è sempre una festa: grazie Giorgio per aver raccolto questa importante testimonianza… avanti così!

  5. […] Da casa, invece, potete fare clic qui e aprire la pagina delle demo audio preparate dal canadese di Montreal Robert Messier e dall’italiano di Ancona Marcello Colò. […]

  6. […] Marcello Colò, nei giorni scorsi, ha avuto la possibilità di “ripristinare” un vecchio organo prodotto […]

  7. […] Nel primo filmato video, Giorgio Marinangeli introduce brevemente lo strumento e poi passa l’attenzione ad una breve dimostrazione del prodotto da parte di Marcello Colò. […]

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